Contributo di Giovanni Crotti
alla presentazione del romanzo giallo, 8 agosto 2007
Giovanni Crotti
L’ombra del lupo è un giallo storico, scritto seguendo uno dei canoni basilari del giallo: la semina degli indizi. Ogni capitolo serve ad aggiungere al risultato finale uno dei tasselli musivi, tanto che ciascuna delle 51 parti in cui è suddivisa la narrazione può essere definita un vero e proprio affresco. L’esito finale si caratterizza con un elemento gotico, una furiosa tempesta meteorologica, che cresce man mano che ci si avvicina alla soluzione.
Senza mai essere indulgente con tutti i personaggi che affollano il romanzo né tantomeno con gli abitanti del proprio paese (raccontati a volte con estrema crudezza), Saro Ingenuo ci lascia su tutti due personaggi principali, due uomini, Mastru Lino e il Maresciallo Rossi. Il primo rovescia il celere detto di Pascal, secondo il quale è felice colui che non esce mai dalla propria stanza, e si caratterizza per una pervicace ricerca della soluzione rimanendo ben poco tempo all’interno del proprio salone da barba. Il secondo è il classico ‘deterritorializzato’, l’uomo venuto da fuori, che fatica a entrare nella testa della gente del posto e che, sciascianamente, ha grosse difficoltà a capire la mentalità locale. Ma L’ombra del lupo non è l’ennesimo prodotto di una letteratura regionalistica. Prova ne è la casa editrice che ha pubblicato il romanzo: la Rubbettino, prestigiosa casa editrice regionale che diffonde una saggistica di alto livello su tutto il territorio nazionale.
Ci sono alcune pagine, più delle altre, che rappresentano bene lo straordinario bagaglio tecnico dell’autore. Proviamo a leggerle e commentarle.
Pagina 115:
“La vedova di Cicciu ‘u Lupu si trovava fuori dalla porta di casa china su una tinozza di zinco, con un’asse di legno appoggiata alle gambe e sfregava vigorosamente un pezzo di sapone sulla biancheria. Il sapone lo aveva fatto lei stessa recuperando l’olio usato della frittura. Non poteva permettersi il lusso di buttare via niente. Ne metteva un litro in cinque d’acqua, scioglieva anche un pugno di farina e infine aggiungeva della soda caustica. Aveva lasciato reagire il composto per tre giorni e poco prima di iniziare a lavare aveva tagliato a pezzi il sapone solidificato dentro la ‘limba’, un recipiente di terracotta a forma di tronco di cono che resisteva perfettamente all’azione corrosiva dell’acido”.
In questo caso, Ingenuo, espone con naturalezza un’antica tradizione, senza mai cedere nella facile e compassionevole sottolineatura del fatto che si tratta di una tradizione: l’autore non usa la parola ‘antica’ né ‘usanza’, racconta semplicemente una serie di azioni che ricalcano un sapere ‘storico’, oggi scomparso, facendo appassionare il lettore senza rigurgiti nostalgici.
Pag. 234:
“Ma vui a Pizzo non venite mai?” chiese, tanto per aprire un dialogo.
In vecchio indugiò un po’ e poi sembrò rispondere malvolentieri.
“Vengo solo a Tutti i Santi per la fiera” disse conciso.
“Ah, venite… E non passaste mai dal corso, vicino alla Fontana vecchia, dove ho io ‘u salone?”.
“In quella confusione non si capisce niente”.
“E sì, avete ragione. Ma a Pizzo a chi conoscete? Non avete parenti, amici?”.
“No, non ho nessuno”. Poi ci pensò su un attimo e aggiunse:
“Veramente ‘na mezza parente l’avrei” disse il vecchio ormai più sciolto.
“E chi è? Ditemi come si chiama, pemmu vedo se la conosco”.
“Avrebbe pemmu si chiama… Lei è figlia della cugina mia Nicolina e ‘u maritu si chiamava Tumasi Fruci e lei avrebbe pemmu si chiama comu a mamma mia, Rosa. Fruci Rosa”.
Mastru Lino nel sentire quel nome rimase sbigottito.
“Fruci Rosa si chiama? Fruci Rosa a moglie mia è gli disse, sorpreso e contento di aver trovato un rapporto di parentela con quell’uomo.
E qui c’è un piacevole sobbalzo del lettore sulla sedia. Il dialogo ha una sua suspence sottile. Sembra banale e invece tiene incollati gli occhi al testo. Sembra chiudersi in un nulla di fatto quando il vecchio dice che non conosce nessuno e invece si riapre, dopo un attimo di sospensione, qualche rigo più giù quando si riavvia il nastro e non solo il vecchio in verità qualcuno conosce, ma questo qualcuno è addirittura la moglie del protagonista.
Pag. 311:
Anna si voltò e si avvicinò al gruppo dove si trovava il maresciallo. Guardò il bandito, si accovacciò e gli chiese:
“L’hai visto, Agostino? Sai dov’è?”.
Il brigante questa volta si voltò verso la ragazza e rispose:
“No, non lo vidi. Quando arrivai alla baracca lui non ng’era. Ng’era solo Battistuni”.
Anna si alzò e disse:
“Ma dove può essere andato, in quelle condizioni? Come ha fatto a sparire?”.
“Già…” disse il maresciallo “…e purtroppo è sparito anche Pietro Calabrò”.
“No”, disse Ninu a bassa voce, quasi parlasse fra sé e sé.
Il maresciallo percepì il suono della voce del bandito e si voltò verso di lui.
“Quello ‘mbamuni non spariu, diventau spisiji”, disse lentamente.
Il maresciallo Rossi non comprese il significato di quelle parole e si voltò verso Mastru Lino. I due si guardarono negli occhi, poi il barbiere, che sapeva che “spisiji” significava faville, si abbassò verso Ninu e gli chiese:
“Pure ‘u Canaglia moriu bruciato nel fuoco?”.
“Sissignore. E fui io che lo bruciai vivo a quell’infame e traditore” e sputò per terra.
L’affabulazione di Saro Ingenuo qui raggiunge uno dei suoi apici. La tecnica è la medesima della pagina sopra riportata, il dialogo sembra chiudersi nel nulla per poi riaprirsi su uno spaccato terribile del codice d’onore malavitoso: i traditori e gli infami non hanno diritto a un nome, sono faville, non hanno nemmeno la dignità di diventare cenere biblica.